I vini dei Colli Piacentini: guida alla scoperta

I vini dei Colli Piacentini: guida alla scoperta

Terra di vino da tremila anni

Quando vi sedete sulla terrazza del Podere e guardate le colline intorno, state guardando vigneti. Questa è terra di vino da millenni: scavi archeologici nella zona di Alseno hanno riportato alla luce viti fossili e vinaccioli datati tra il XX e il VII secolo avanti Cristo. I Romani fondarono Piacenza nel 218 a.C. e ne fecero subito un centro vinicolo: Cicerone nel Senato di Roma accusava il senatore piacentino Pisone — padre di Calpurnia, moglie di Giulio Cesare — di bere calici troppo generosi del vino di Piacenza. A Veleia Romana, la città archeologica sulle colline poco lontano da qui, i legionari veterani ricevevano in dono appezzamenti di terra e coltivavano la vite. Il vino era così importante nella vita di questa zona che un vaso d'argento decorato con tralci di vite e grappoli d'uva, rinvenuto nel territorio piacentino nel 1878, avrebbe dato il nome al vino più famoso del piacentino: il Gutturnio.

Da allora la tradizione non si è mai interrotta. I monaci dell'Abbazia di Bobbio la custodirono nel Medioevo. I contadini di queste colline la tramandarono di generazione in generazione. E nel 1967 il Gutturnio fu tra i primissimi vini italiani a ottenere la DOC — il settimo in assoluto nel Paese.

Oggi la denominazione Colli Piacentini DOC copre il territorio collinare di ventiquattro comuni della provincia di Piacenza, compreso Alseno, il comune dove si trova il Podere. I vigneti crescono su terreni argillosi e calcarei, esposti al sole, a quote tra i 150 e i 400 metri, con pendenze che favoriscono il drenaggio e concentrano gli zuccheri nelle uve. Il risultato sono vini autentici, legati al territorio, ancora largamente sconosciuti fuori dalla regione — il che li rende una scoperta autentica per chi viene qui.

Filari di vigneto sulle colline

I tre vini da conoscere

Gutturnio — il rosso con una storia da romanzo

Il Gutturnio è il vino rosso simbolo del territorio e il primo che vi consiglio di assaggiare. La storia del suo nome è un piccolo giallo archeologico. Nel 1878 venne rinvenuto nel territorio piacentino un vaso d'argento decorato con motivi di vite e uva. Antonio Bonora, ispettore per la conservazione delle antichità di Piacenza, lo descrisse come una grande coppa capace di due litri, e lo chiamò gutturnium, collegandolo agli scavi di Veleia Romana. Per decenni si è creduto che fosse un boccale da mescita per le grandi cene romane. Ricerche più recenti hanno rimesso in discussione questa lettura — probabilmente si trattava di un oggetto più piccolo, un urceolus, una brocchetta usata nel simposio per mescolare il vino con l'acqua. Ma poco importa: nel 1938 l'enologo Mario Prati, direttore del Consorzio Provinciale per la Viticoltura, propose di battezzare il tradizionale rosso piacentino con quel nome evocativo, e il nome restò. Nel 1967, con l'ottenimento della DOC, il Gutturnio entrò ufficialmente nella storia del vino italiano.

Il Gutturnio è un blend di uve Barbera (55-70%) e Croatina (30-45%), quest'ultima chiamata localmente Bonarda. La Barbera porta acidità e struttura, la Croatina aggiunge morbidezza, colore intenso e tannini. Insieme producono un vino equilibrato, di colore rosso rubino brillante.

Esistono diverse versioni, e vale la pena conoscerle:

  • Gutturnio Frizzante — la versione più comune e popolare, leggera e beverina. È il vino di tutti i giorni sulle tavole piacentine: perfetto con i salumi, la torta fritta, i primi piatti. Servitelo fresco, intorno ai 14-16°C. Lo riconoscerete spesso dalla bottiglia bassa e tozza, chiusa con lo spago — la cosiddetta "bottiglia dello spago", un'icona del piacentino
  • Gutturnio Superiore — fermo, più strutturato, con almeno 12,5% di alcol. In vendita dalla primavera successiva alla vendemmia. Si abbina a carni rosse, arrosti, formaggi stagionati
  • Gutturnio Riserva — la versione più nobile, con almeno ventiquattro mesi di invecchiamento. Un vino da meditazione, complesso, che può sorprendere anche chi è abituato ai grandi rossi piemontesi e toscani
Vendemmia: grappoli di uva rossa pronti per la raccolta

Ortrugo — "l'altra uva" che è diventata protagonista

L'Ortrugo ha una storia che racconta molto del carattere di questa terra: una storia di pazienza e di riscoperta. Il nome viene dal dialetto piacentino artruga o altruga, che significa letteralmente "l'altra uva" — quella che non aveva un nome proprio, quella che serviva solo a correggere altri vini, a dare freschezza e acidità a bianchi più blasonati. Per secoli l'Ortrugo è stato un gregario, un vitigno senza identità.

La prima citazione documentata risale al 1818, quando il Bramieri lo menzionò con il nome di "altruga". Nel 1927 il professor Toni gli diede il nome definitivo di Ortrugo sulle pagine della rivista Italia Agricola, annoverandolo tra i principali vitigni bianchi della provincia. Ma nessuno pensava di farne un vino in purezza. Quando nel 1967 nacque la DOC Colli Piacentini, l'Ortrugo era quasi scomparso, oscurato dalla Malvasia di Candia aromatica e dai rossi.

Fu solo all'inizio degli anni Settanta che alcuni viticoltori piacentini — in particolare la famiglia Mossi di Albareto, a Ziano — selezionarono le vecchie viti sopravvissute e cominciarono a vinificare l'Ortrugo da solo. L'Università di Piacenza se ne interessò, vennero sviluppati nuovi cloni, e negli anni Ottanta il vitigno venne ripiantato in tutto il territorio. Oggi l'Ortrugo è il bianco più diffuso del piacentino, con circa seicento ettari coltivati — un vitigno autoctono che non esiste praticamente in nessun'altra zona d'Italia.

Il vino è fresco e leggero, di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, dal sapore secco con un caratteristico retrogusto leggermente amarognolo. Lo troverete quasi sempre nella versione frizzante: è il bianco che i piacentini bevono con la torta fritta, con l'antipasto di salumi, con il pesce. Dal 2010 ha un suo disciplinare specifico che contempla tre tipologie: fermo, frizzante e spumante.

Vigneti sulle colline al tramonto

Malvasia — il profumo delle colline a tavola

La Malvasia di Candia Aromatica è il vitigno che più di ogni altro cattura il profumo di queste colline. Il nome "Malvasia" attraversa tutto il Mediterraneo e riporta alla città greca di Monemvasia, nel Peloponneso, da dove queste uve avrebbero cominciato il loro viaggio secoli fa. Ma la Malvasia che si coltiva qui ha un carattere tutto suo: è una delle varietà più profumate d'Italia, con un corredo aromatico che comprende agrumi, fiori bianchi, frutta matura, miele e spezie.

Il ruolo della Malvasia nella cultura della tavola piacentina è centrale. Nella versione dolce e frizzante, è il vino che chiude il pasto: quello che si beve con i dolci, con la frutta, con la sbrisolona fatta in casa. È il vino delle feste di famiglia, dei pranzi della domenica che si allungano nel pomeriggio. Nella versione secca è un aperitivo elegante e aromatico, perfetto con i piatti di pesce o come benvenuto in una serata estiva.

Esiste anche in una versione passito, prodotta da uve appassite, più rara e concentrata — un vino da meditazione che vale la pena cercare.

Gli altri vini da scoprire

Barbera e Bonarda in purezza

Oltre al Gutturnio, i due vitigni che lo compongono vengono vinificati anche separatamente. La Barbera dei Colli Piacentini è un rosso dal carattere deciso, con acidità vivace e buona struttura, ottimo con i piatti più ricchi della cucina locale. La Bonarda dei Colli Piacentini — che qui indica il vitigno Croatina, diverso dalla Bonarda piemontese — è più morbida e fruttata, spesso frizzante, un rosso gradevole e versatile.

Monterosso Val d'Arda — il bianco della nostra valle

Il Monterosso Val d'Arda è il vino che mi sta più a cuore, perché è letteralmente il bianco della nostra vallata. Prende il nome da una collina nei pressi di Castell'Arquato e si produce solo nei comuni intorno a noi: Alseno, Castell'Arquato, Carpaneto, Vernasca, Gropparello, Lugagnano. È un uvaggio di Malvasia, Moscato Bianco, Ortrugo e Trebbiano: un vino bianco fine, dal profumo delicato, con un sapore che va dal secco al leggermente abboccato. Provatelo con il pesce o con i formaggi freschi.

Vin Santo di Vigoleno — un tesoro nascosto

Se passate per il borgo di Vigoleno — e vi consiglio di farlo, è uno dei borghi più belli d'Italia — chiedete del Vin Santo di Vigoleno. È una delle DOC più piccole d'Italia: un passito bianco prodotto da uve lasciate appassire, dal colore dorato intenso, aromatico e complesso. La produzione è minuscola e trovarlo è già di per sé un'esperienza. Se lo trovate, compratelo: è un pezzo di storia enologica rarissimo.

Dove vivere tutto questo: Cantina Il Casello

I vini di un territorio si capiscono davvero solo in un modo: andando in cantina. Leggere di Gutturnio, Ortrugo e Malvasia è un inizio, ma nessuna descrizione può sostituire il momento in cui assaggiate un vino nel luogo dove è nato, circondati dalle stesse colline che nutrono le viti.

La cantina che vi consiglio è Il Casello, a Bacedasco Basso nel comune di Vernasca, a meno di cinque chilometri dal Podere — una decina di minuti di auto attraverso le colline, e il tragitto stesso è bellissimo.

Il Casello è un'azienda della famiglia Rigolli, che coltiva vigneti e produce vino qui dal 1950. Oggi sono alla terza generazione, con l'arrivo di Sofia, che conduce le degustazioni e parla inglese — il che rende l'esperienza accessibile anche a chi non parla italiano. I diciotto ettari di vigneti crescono tutti nella zona di Bacedasco, a 250 metri sul livello del mare, coltivati con il metodo guyot. Producono tutti i principali vini DOC piacentini: tra i rossi, Gutturnio fermo e frizzante, Barbera e Bonarda; tra i bianchi, Ortrugo e Malvasia nelle versioni secca e dolce. Hanno anche una linea speciale chiamata "Linea Spago" e alcune selezioni particolari, tra cui un Gutturnio Riserva notevole e un passito.

Bicchieri di vino per la degustazione

L'esperienza che vi consiglio è la degustazione in cantina: vi accolgono come vecchi amici, vi fanno assaggiare i loro vini e spesso preparano anche un tagliere con prodotti locali di accompagnamento — salumi, Parmigiano Reggiano, altre specialità del territorio. Non è un'esperienza turistica patinata: è l'ospitalità vera di una famiglia di viticoltori che ama il proprio lavoro e lo condivide con piacere. I prezzi dei vini sono onesti e potete acquistare direttamente — i prezzi in cantina sono decisamente più vantaggiosi rispetto alla distribuzione.

Info pratiche — Cantina Il Casello
Indirizzo: Via Fontana 65, Bacedasco Basso, Vernasca (PC)
Distanza dal Podere: circa 5 km (10 minuti in auto)
Telefono: +39 0523 895459
Email: info@aziendailcasello.it
Sito web: www.aziendailcasello.it
Importante: chiamate o scrivete prima per prenotare la degustazione. La cantina offre anche saletta degustazione, visita ai vigneti e vendita diretta. Sofia parla inglese.

Come bere locale durante il soggiorno

Anche senza andare in cantina, potete facilmente gustare i vini locali durante il vostro soggiorno al Podere:

  • Nelle trattorie della zona — tutti i ristoranti che consiglio nella guida servono vini dei Colli Piacentini, spesso al bicchiere. Chiedete un Gutturnio frizzante con i primi o un Ortrugo con l'antipasto: è il modo più naturale per abbinarli
  • Nei negozi locali — Pane e Salame a Castelnuovo Fogliani e il Conad di Alseno hanno una selezione di bottiglie locali a prezzi molto accessibili
  • A cena nel vostro alloggio — una delle cose più belle di soggiornare al Podere è preparare una cena semplice con i prodotti comprati durante il giorno. Una bottiglia di Ortrugo frizzante, un tagliere di coppa e Parmigiano, il pane di Sapore di Grano: il territorio sul vostro tavolo

Piccolo glossario per orientarsi

Se i vini piacentini sono nuovi per voi, ecco qualche termine utile:

  • Frizzante — vino leggermente effervescente, molto diffuso in questa zona. Non è spumante: ha una bollicina più fine e discreta
  • Fermo — vino senza bollicine, tranquillo
  • Superiore — versione con gradazione alcolica più alta e regole di produzione più restrittive
  • Riserva — vino invecchiato più a lungo (almeno 24 mesi per il Gutturnio)
  • Bonarda — attenzione: nel piacentino questo nome indica il vitigno Croatina, diverso dalla Bonarda piemontese
  • DOC — Denominazione di Origine Controllata, la certificazione che garantisce provenienza e metodo di produzione
  • Spago — la tradizionale bottiglia bassa chiusa con lo spago, tipica dei frizzanti piacentini

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